BANGKOK – Uno dei primi articoli pubblicati dalla rivista Red Light Despatch -Dispaccio Luci Rosse - è il racconto di una prostituta inviata da una Ong a parlare alla Camera dei Deputati di Delhi. “Quando sono entrata nell'atrio del Parlamento il mio corpo stava tremando e le mani e i piedi erano freddi dalla paura – racconta Kumkum Chettry nel suo pezzo d’esordio - Sarò in grado di far capire il dolore e la sofferenza della mia vita, e di quella delle migliaia di mie sorelle intrappolate nella prostituzione?"
.La storia di Kumkum è la più “politica” tra quelle pubblicate sui primi quattro numeri della nuova rivista scritta e distribuita dalle prostitute di Sonagachi a Calcutta, Kamathipura a Bombay, G.B. Road a New Delhi, Budhwar Peth a Pune, solo per citare alcuni tra i più frequentati quartieri-bordello dell’India. Non vi scrivono giornalisti spediti a intervistare lavoratrici del sesso e loro “protettori”, né editorialisti e commentatori di professione. Sono racconti personali scritti o trascritti dalle stesse protagoniste della vita quotidiana nei bordelli, tra le mura asfittiche di una capanna o di un rudere di cemento, storie che spiegano senza mediazioni come hanno finito per vendere il proprio corpo con un unico comune denominatore: la povertà e l’arretratezza di casta.“Io vivo a Topsia, e sono la figlia di un calzolaio, considerata una casta “impura” secondo la tradizione religiosa, ndr. Ho imparato a fare i sandali da mio padre, ma tutte le fabbriche se ne sono andate dal nostro villaggio e non c’era lavoro”. Nel seguito del racconto di Kumkum c’è una certa reticenza a parlare del suo ingresso nella professione, e passa a parlare dei suoi sogni di prostituta ancora giovane e romanticamente desiderosa di mettere sù famiglia. “Il mio sogno è una casa, con un sacco di cielo e di stelle” – scrive – “Ci sarà una tv e un frigorifero per mia madre, mia sorella e i miei figli. Ogni bambino avrà abbastanza giochi e per me un acquario pieno di pesci colorati. Voglio pace”.
Se Kumkum è stata portata al mestiere dalla fame, Tamanna racconta di essere direttamente nata in un bordello, il Khidderpore di Calcutta, e di essere uscita la prima volta quando era già una ragazzina per vedere una celebre danzatrice. Era accompagnata da una Ong che organizzava corsi di Odissi dance per i figli delle prostitute alla quale Tamanna si è subito iscritta. “Mia madre era molto orgogliosa di vedermi sul palco”, racconta. “Spero d’ora in poi di essere come una ragazza normale, con gli stessi diritti degli altri e la stessa dignità, vivere in una bella casa in una buona località con tutti i lussi della vita”.L’orgoglio di poter non solo sognare, ma di poter scrivere apertamente su un giornale delle loro storie riscatta anche una condizione atavica di sottomissione di casta. Non a caso la Ong che ha finanziato la rivista, Apne Aap, Auto-aiuto, e le due giornaliste professioniste che la curano, sono dichiaratamente seguaci del pensiero di Gandhi, che chiamava i dalit Fuoricasta Harijan,“Bambini di Dio”. “Io sono una Harijan” – esordisce nel suo articolo la giovane Arati del campo Subhash, nei suburbi della capitale Delhi – Gandiji ci ha chiamati così per far sapere alla società che siamo uguali e speciali agli occhi di Dio. A ogni modo io sono cresciuta di trauma in trauma per tutta la mia vita. Anche i membri delle Classi Arretrate, le OBC, di poco superiori come status ai dalit come Arati, ndr, ci discriminavano. Nella casa dove mi avevano trovato lavoro non potevo nemmeno bere l’acqua potabile, e odiavano noi harijan. Io vengo da una famiglia di sette persone e ho studiato fino al settimo grado. Ma mio padre aveva lavori irregolari, e la sola cosa metodica che faceva era bere. Mia madre lavorava come domestica e io andavo a raccogliere immondizia con mia nonna, perché dicevano che quello era il lavoro per la nostra casta. Ma poi mia nonna mi porto da qualche parte, e approfittarono di me per una piccola somma. Così andai a pulire l’immondizia di un palazzo, ma il proprietario mi guardava tutto il tempo con due occhi fissi che mi spaventavano. Quando ho detto a casa che volevo licenziarmi, sono stata sgridata...”.
Sono molte le testimonianze delle violenze subite, delle paure di aver contratto l’Aids, dei primi traumatici incontri con i clienti, e della intima solitudine che finisce nell’autodisprezzo. Swapna, rapita e portata in un bordello gestito da una mamasan, si senti dire. “Ora sei in una randi khana”, e fin dal primo momento entrarono clienti d’ogni tipo nella sua stanza chiusa: “Dopo pochi minuti – racconta – un uomo vecchio entrò e mi disse di spogliarmi. Da quel momento la mia vita è cambiata. Venivo violentata due, tre, dieci volte al giorno...Prima amavo vestirmi di abiti colorati e mettere un po’ di make up, ora li uso per attrarre i clienti che vogliono affittare il mio corpo”.Alle storie personali e politiche la rivista aggiunge una sezione di informazioni sui diritti delle “lavoratrici del sesso”, come ottenere una tessera per le razioni di cibo e vestiti, come regolarsi con le nuove leggi sulle etnie tribali per quante provengono dalle aree degli adivasi e così via. “Gran parte di loro – racconta Ruchira Gupta, fondatrice di Apne Aap – se la prende col destino per capire cos’ha fatto di male per meritarsi questa vita. Ma ben poche conoscono la condizione delle altre migliaia di loro nella stessa città, per non parlare del paese”.Tra le notizie riferite in queste cronache del Dispaccio Luci Rosse ce ne sono spesso anche di buone, come quella annunciata per il prossimo numero che sarà il primo ufficialmente rivolto al pubblico. “Racconteremo di un uomo normale – spiega la volontaria Anita Khude – un povero venditore di strada che ha lottato contro i pregiudizi per sposare la prostituta della quale si era innamorato”.











